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martedì 21 maggio 2019

GIÙ LE MANI DI SALVINI DALLA SCUOLA!


Unire le lotte contro un governo reazionario

21 Maggio 2019



Quanto successo a Rosa Maria Dell'Aria, insegnante di italiano dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è una vicenda gravissima. Condannata dall’Ufficio scolastico provinciale a due settimane di sospensione dal lavoro, con dimezzamento dello stipendio, perché non avrebbe «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni che, durante la Giornata della memoria, avevano presentato un video dove paragonavano le leggi razziali del 1938 con il “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Si mette così in discussione la libertà d’insegnamento e di pensiero, soprattutto quando essa consiste nel veicolare messaggi antifascisti e antirazzisti. Non provocano invece scalpore e nessun provvedimento disciplinare i casi dei docenti Manfredo Bianchi di Carrara, nostalgico della Repubblica Sociale Italiana, e Sebastiano Sertori di Venezia, antisemita dichiarato.

Questo avviene nell’Italia del governo giallo-verde, uno dei governi più reazionari della storia della Repubblica, fautore di provvedimenti antiproletari come il “decreto sicurezza”, strumento di condanna delle lotte sociali, come quella per la casa, e dei lavoratori, con l'aggravamento dei procedimenti repressivi in caso di picchetti e blocchi stradali; mentre promuove l’autonomia differenziata, utile a dividere i lavoratori della pubblica amministrazione, della sanità e della scuola con contratti regionali, distruggendo l’istituto dei CCNL e bloccando così sul nascere ogni lotta di rilevanza nazionale.

Per questo motivo giudichiamo la firma dell’Intesa del 24 aprile un cedimento dei sindacati confederali al governo, spezzando sul nascere un movimento tra gli insegnanti che vedeva per la prima volta uniti sindacati confederali, sindacati di base e associazioni della scuola in una lotta comune contro precariato e regionalizzazione. Giudichiamo anche la solidarietà espressa nei confronti della docente di Palermo da molti nel M5S, alleato della Lega nell’approvazione dei provvedimenti reazionari suddetti, mera propaganda elettorale in vista delle elezioni europee, chiaro tentativo dei pentastellati di recuperare il voto di settori dell’elettorato di sinistra.

Come Partito Comunista dei Lavoratori esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata, di classe e antifascista a Rosa Maria Dell'Aria ed a Lavinia Cassaro, licenziata in maniera spettacolare perché ha osato protestare contro una brutale aggressione della polizia ad un corteo antifascista.

Solo con un’ampia mobilitazione dei lavoratori, della scuola come di tutte le categorie, si può porre un argine dal basso e di massa alla deriva reazionaria che sta investendo l’Italia, e colpisce sempre più i lavoratori. Mentre infatti provvedimenti come la Legge Fornero o l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non sono stati minimamente toccati, decine di migliaia di lavoratori precari della scuola, nonostante la promessa di una loro stabilizzazione sia stata uno dei cavalli di battaglia della Lega e del M5S, non hanno visto ancora nei fatti alcun provvedimento di miglioramento della loro condizione lavorativa.

Solo costruendo una vertenza generale che unisca tutti i lavoratori si potranno difendere anche le più basilari libertà democratiche ed i fondamentali diritti, come quello al lavoro ed all’istruzione.

Giù le mani dalla scuola pubblica! Via il ministro della reazione!
No al governo Salvini-Di Maio! Via i decreti sicurezza!

Partito Comunista dei Lavoratori

domenica 19 maggio 2019

QUANDO LA REPRESSIONE ARRIVA A SCUOLA


Solidarietà alla professoressa Dell’Aria e agli studenti di Palermo

17 Maggio 2019

Riportiamo il comunicato dell'area di opposizione in CGIL Il sindacato è un'altra cosa


Il clima oramai si è fatto davvero irrespirabile. Scosso dalle contraddizioni tra i partner di maggioranza, indebolito dai fallimenti delle sue politiche economiche (da quota 100 al reddito di cittadinanza), sorpreso dall’emergere di un’opposizione primaverile (i cortei di marzo, contro il razzismo, per i diritti delle donne, per la difesa dell’ambiente, contro le grandi opere e contro le politiche bigotte sulla famiglia), di fronte al riaffacciarsi della recessione e di nuove possibili crisi finanziarie, questo governo reagisce alzando il suo profilo autoritario e repressivo.

Non solo nelle parole. Cioè non solo nelle dichiarazioni o con il definitivo sdoganamento politico ed istituzionale di forze squadriste e neofasciste (a partire dalla pubblicazione con la casa editrice di Casapound del nuovo libro intervista al Ministro dell’Interno).

Anche nei fatti. Basti pensare agli ultimi atti di questo governo. L’approvazione della nuova legge che estende quasi illimitatamente il concetto di autodifesa. La chiusura dei porti e il sequestro delle navi che soccorrono i naufraghi. La proposta di un nuovo e ancor più reazionario decreto sulla sicurezza. L’ondata di sgomberi e la rinnovata presenza della polizia nelle piazze e davanti le scuole (sotto il segno della nuova ed ennesima stupida campagna antidroga). I vigili del fuoco spediti a togliere ogni traccia di dissenso nei comizi e nelle strade attraversate dal Ministro.

In questi giorni è arrivato un ulteriore salto di qualità. Dopo che un giornalista ha rilanciato la notizia dell’accostamento tra Salvini e le leggi razziali in un’esperienza formativa di una scuola di Palermo (la presentazione di alcuni elaborati collettivi tra 4 classi di un’istituto superiore), dopo che un sottosegretario ha sollecitato l’immediato intervento, abbiamo visto un’insegnate sospesa per 15 giorni senza stipendio e la Digos entrare nelle aule per interrogare gli studenti.

Facciamo fatica a capire cosa sia più grave. Se la scientifica repressione che ha colpito l’insegnante per “omessa vigilanza”, che interviene (con un’interpretazione creativa di regolamenti e contratti) sulla libertà di docenza e il diritto di opinione degli studenti coinvolti. O se l’intervento della polizia politica (questa è infatti la DIGOS) dentro le aule di un’istituzione educativa, per investigare sulle opinioni espresse … durante una prova scolastica. La polizia politica cioè che si occupa di investigare da una parte sulle opinioni private dei soggetti coinvolti, dall’altra su quanto viene svolto all’interno delle lezioni, nell’ambito di esperienze didattiche e di studio.

Ci conforta, proprio in queste ore, la reazione di massa che questa repressione stupida e insensata ha trovato. A Palermo, nella scuola coinvolta ed in tutta la città. Nel paese, tra tutte le forze sindacali, gli insegnanti, le scuole e le università, ma anche tra tanti cittadini e cittadine che ritengono tutto questo ingiustificabile e pericoloso.

Per questo si devono ritirare immediatamente i provvedimenti disciplinari nei confronti della prof.ssa Dell’Aria e le istituzioni coinvolte devono scusarsi con lei e con gli studenti. Questi atteggiamenti e questi comportamenti non posso esser più tollerati: devono esser individuati i responsabili negli uffici del Ministero dell’Istruzione e nelle forze di polizia. Ora, subito, prima che questa diventi la nuova normalità dello Stato italiano.

Per questo siamo oggi in piazza con gli studenti e le studentesse di Palermo. Per questo riteniamo importante una mobilitazione non solo della categoria, ma di tutto il sindacato in difesa del diritto di opinione e dell’inviolabilità della libertà di docenza, per far uscire subito le forze di polizia da ogni scuola del paese.

Il sindacato è un'altra cosa - opposizione CGIL

17 MAGGIO: NO ALLA SECESSIONE DEI RICCHI! NO ALLA REGIONALIZZAZIONE DELLA SCUOLA!


Scioperiamo contro le politiche antisociali del governo

16 Maggio 2019

Testo del volantino che verrà distribuito in occasione dello sciopero del 17 maggio
 


Quando si parla di regionalizzazione è bene avere presente che non si tratta di sola ripartizione territoriale.
I governi regionali di Lombardia e Veneto (con alla coda la giunta regionale emiliana del PD) chiedono il pieno controllo di tutto il sistema degli incentivi alle imprese, la gestione della cassa integrazione e delle cosiddette politiche attive del lavoro (reddito di cittadinanza incluso); il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti; la regionalizzazione dei rapporti di lavoro nella scuola, dell'alternanza scuola-lavoro, del rapporto con le scuole private; pieni poteri in fatto di sanità, inclusa la gestione dei fondi sanitari integrativi; e persino la gestione della previdenza complementare, della protezione civile, dell'ordinamento sportivo locale.
Insomma, i governi regionali si candidano ad avere mano libera su ogni terreno. La disponibilità di maggiori risorse fiscali consentirà loro di continuare a ridurre le tasse sui profitti, di allargare le regalie pubbliche alle imprese private, di liberalizzare e privatizzare ulteriormente prestazioni sociali e servizi pubblici. Più ridurranno la spesa sociale, più aumenteranno l'assistenza ai padroni. In cambio offriranno qualche piccolo privilegio corporativo ai propri “residenti”, pagato con la frantumazione contrattuale dei lavoratori, e dunque con l'attacco alla loro forza collettiva.

Dopo la riforma Gelmini, che mirava ad accentuare le differenze di classe e a creare studenti di serie A e studenti di serie B, dopo la "Buona scuola", dopo la scuola-azienda, la proposta sulla regionalizzazione dell’istruzione vuole consolidare la divisione fra scuole di serie A e scuole di serie B. Il parametro della ricchezza dei territori farebbe in modo di pagare diversamente gli insegnanti rispetto al resto del paese, come proposto in Veneto e in Lombardia, dove le regioni vogliono decidere sull’organizzazione didattica, gestire il sistema di valutazione e l’alternanza scuola lavoro, bandire concorsi regionali, potendo decidere il fabbisogno di personale docente e occuparsi direttamente delle graduatorie dei precari.

La regionalizzazione dell’istruzione, infatti, porterà 8 miliardi a Lombardia e Veneto (in spregio al già riformato Titolo V della Costituzione e dell’ articolo 117), che otterrebbero potestà legislativa in materia. Mentre in Emilia Romagna la proposta è in continuità con il percorso avviato dalla Buona scuola di Renzi, con la previsione di piani pluriennali di definizione degli organici e dell’autonomia scolastica su base regionale. Si continua quindi a differenziare gli studenti in base al tipo di scuola secondaria scelta, ad esempio.

Quanto ad oggi, già circa ventitremila docenti formati al Sud lavorano al Nord da anni, e i precari si battono fra graduatorie e ricorsi, dal taglio di cattedre con la Gelmini al cambio delle fasce riformulato dalla Buona scuola… Quando i docenti, insieme agli studenti, si trovano in edifici fatiscenti che cadono a pezzi, la cosiddetta autonomia differenziata vuole definitivamente legittimare un declassamento del sistema di istruzione nelle zone del paese che già da anni subiscono le carenze di welfare pubblico fondamentale, dalla scuola alla sanità, dovute a politiche di tagli al settore pubblico, sotto il segno dell’austerity.

Queste erano le ragioni alla base della mobilitazione che aveva portato un vasto fronte sindacale ad indire unitariamente lo sciopero per la giornata del 17 maggio.
In cambio di promesse ed impegni generici, sia per quanto riguarda gli impegni contrattuali che i progetti di autonomia differenziata, lo sciopero è stato revocato da CGIL, CISL, UIL, SNALS e GILDA.
E così al MIUR, mentre veniva siglata l'intesa con le organizzazioni sindacali dell'istruzione e ricerca, quasi in contemporanea si avviava un percorso (per decreto) per rilanciare l'autonomia rafforzata degli Atenei nel quadro di quella regionale, creando veramente una serie A d'eccellenza in grado di fare chiamate dirette e di negoziare individualmente salari e orari di lavoro con i proprio docenti.

A dimostrazione di come gli impegni previsti dall’intesa siano scritti sulla sabbia.

Il punto centrale, però, resta l’autonomia differenziata. Quelle frasi, quelle parole, quegli elementi contenuti al riguardo nell’intesa sono contenute anche, esattamente, nelle stesse intese sull’autonomia rafforzata, strette dal governo con le Regioni, pubblicate da alcuni mesi su diversi siti e diversi giornali.

Per questo il PCL sostiene la decisione importante di diversi sindacati di base, dell'opposizione interna della CGIL, di numerose associazioni di difesa della scuola pubblica, di mantenere e rilanciare lo sciopero della scuola del 17 maggio, a difesa di tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, contro i progetti del governo Salvini-Di Maio.
Solo lo sviluppo di una opposizione di massa al governo delle destre, dal versante delle ragioni del lavoro, può sgombrare il campo dalle attuali tendenze reazionarie e aprire dal basso una nuova prospettiva.
È l'ora di rilanciare una opposizione sociale e di massa. È necessario costruire un percorso verso uno sciopero generale che unisca i settori colpiti da queste politiche antisociali, a partire dalle lavoratrici e lavoratori della scuola, e dagli studenti.

Partito Comunista dei Lavoratori

CONTRO LE DESTRE REAZIONARIE DI LEGA E M5S


No al PD liberale. Vota a sinistra

16 Maggio 2019

Nessuna illusione sul riformismo. Per un'alternativa delle lavoratrici e dei lavoratori in Italia e in Europa. Unire le lotte. Costruire il partito rivoluzionario


Le elezioni europee del 26 maggio sono un passaggio importante della politica italiana.
Lega e M5S si azzuffano ogni giorno per incamerare voti, ma gestiscono da un anno una politica di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, mentre continuano a detassare i profitti miliardari e a pagare il debito pubblico alle banche, tagliando su scuola, sanità, servizi. Il progetto di “autonomia differenziata” mira alla regionalizzazione dei rapporti di lavoro e a un ulteriore impoverimento delle regioni del Sud, a tutto vantaggio del padronato del Nord e dei suoi affari. Altro che governo del cambiamento! In più il governo cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole (decreto sicurezza) per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.
Il primo dovere è opporsi a questo governo reazionario e ai suoi partiti.

Ma l'alternativa non può essere certo il PD. Un partito liberale che ha gestito le peggiori politiche antioperaie, dalla legge Fornero all'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e gli accordi infami con la Libia per la segregazione dei migranti, fra stupri e torture (Minniti). È un partito che con Zingaretti cerca di rifarsi il trucco, ma che conferma guarda caso tutte le politiche del passato, dal TAV alle misure antipopolari. Il PD si oppone al governo Conte non dal versante dei lavoratori ma dal versante del rigore, dei conti pubblici, di Confindustria, dell'Unione Europea dei capitalisti. Così facendo oltretutto concorre alla tenuta del governo tra i lavoratori e gli strati popolari. È il PD che ha spianato la strada alle destre, non può essere il PD l'alternativa a queste.

Contro le destre di governo, contro il PD confindustriale, diamo indicazione di voto a sinistra. Al fianco di centinaia di migliaia di lavoratori, giovani, donne che in questi mesi hanno animato le manifestazioni antirazziste, antifasciste, femministe, studentesche, e che vogliono esprimere anche attraverso il voto la propria opposizione al governo e la propria demarcazione dal PD.

Noi sappiamo che molti compagni tendono ad astenersi in queste elezioni, perché profondamente delusi dalla politica delle forze a sinistra del PD presenti.
Pur comprendendo questa posizione per la nostra netta critica della sinistra riformista di vario tipo, riteniamo però che in questa occasione sia più logico, per combattere il governo reazionario e il PD sempre liberale nonostante la segreteria Zingaretti, esprimersi con un voto per le liste a sinistra del PD.

Ma la nostra indicazione di voto è priva di ogni illusione.
La lista “la Sinistra” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi Prodi (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati, spese e missioni militari...). Ed ora gli stessi partiti assumono a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito e gestisce politiche di lacrime e sangue per conto, e col plauso, del capitale finanziario.
È una sinistra subalterna all'europeismo borghese.
La lista del PC è guidata da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia. E ora cerca di rifarsi il look “a sinistra” parlando di anticapitalismo e socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti. È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista.
Nei fatti, né “la Sinistra” né il PC si battono per una alternativa dei lavoratori e degli oppressi. Né si battono – di conseguenza – per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Proprio da qui passa invece l'unica prospettiva di alternativa vera: un'alternativa anticapitalista, su scala italiana, europea, internazionale. Un'alternativa anticapitalista che ripartisca il lavoro fra tutti attraverso la riduzione dell'orario a 32 ore a parità di paga; che sviluppi un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti; che abolisca il debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; che espropri le aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute e sotto il controllo dei lavoratori.
Solo un governo di lavoratori, lavoratrici, precari, operai, impiegati, solo un governo basato sulla loro organizzazione democratica e la loro forza può realizzare queste misure di svolta.

È la prospettiva dell'Europa socialista, degli Stati uniti socialisti d'Europa. Una prospettiva rivoluzionaria, contrapposta sia all'europeismo borghese liberale sia ai sovranismi nazionalisti. Una prospettiva che si fonda sull'unità e l'autonomia degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese e su scala continentale, in opposizione al capitalismo e all'imperialismo, innanzitutto quello di casa nostra.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma delle elezioni europee, per via di assurde barriere antidemocratiche verso i partiti che non hanno rappresentanza nel Parlamento della UE. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.
Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati. Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

17 MAGGIO, IL PCL CON LO SCIOPERO DELLA SCUOLA


Contro il governo delle destre nessun passo indietro!

15 Maggio 2019



Il 17 maggio si terrà un'importante azione di sciopero generale nella scuola contro la politica del governo; per un contratto di svolta della categoria ma anche contro i progetti di autonomia differenziata e di regionalizzazione dei rapporti contrattuali.

Doveva essere uno sciopero unitario, già peraltro indetto unitariamente da tutte le principali organizzazioni sindacali. Ma i gruppi dirigenti di CGIL, CISL e UIL l'hanno revocato in cambio di una manciata di generiche promesse. La revoca è grave, sindacalmente e politicamente.

È grave sindacalmente, perché il governo non ha concesso nulla: gli “impegni” contrattuali sono scritti sulla sabbia, tanto più alla vigilia di una nuova legge di stabilità tutta imperniata sulla sterilizzazione delle aliquote IVA e dunque su inevitabili tagli alla spesa. Le cifre circolate sui possibili aumenti contrattuali sono non a caso del tutto irrisorie. Inoltre restano inalterati i progetti di scardinamento del contratto nazionale nel nome delle autonomie regionali: le garanzie sull'unità giuridica degli insegnanti sono solo parole, a fronte del fatto che Lombardia, Veneto, Emilia hanno concordato col governo nuovi poteri in merito a contratti regionali integrativi circa l'organizzazione e il rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico, ausiliario. E proprio la Lega sta oggi rilanciando il disegno delle autonomie differenziate come terreno centrale dell'azione di governo.

La revoca dello sciopero è grave politicamente. Significherebbe regalare a un governo reazionario la pace sociale, rimuovere l'ingombro di un'opposizione di massa alla vigilia delle elezioni europee. Non a caso la Lega di Salvini e il suo ministro della Pubblica Istruzione hanno festeggiato la ritirata della CGIL con un sorriso a trentadue denti, mentre decine di migliaia di lavoratori della scuola, già in via di mobilitazione, l'hanno respinta e contestata.

Per questo il PCL sostiene la decisione importante di diversi sindacati di base, dell'opposizione interna della CGIL, di numerose associazioni di difesa della scuola pubblica, di mantenere e rilanciare lo sciopero della scuola del 17 maggio, a difesa di tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, contro i progetti del governo Salvini-Di Maio.
Solo lo sviluppo di un'opposizione di massa al governo delle destre, dal versante delle ragioni del lavoro, può sgombrare il campo dalle attuali tendenze reazionarie e aprire dal basso una nuova prospettiva. Per questo il PCL impegna i propri militanti e iscritti a partecipare e sostenere, in tutte le forme possibili, le iniziative di lotta del 17 maggio.

Partito Comunista dei Lavoratori


FALLITA LA PROVOCAZIONE CONTRO IL SICOBAS

Aldo Milani assolto

15 Maggio 2019



Due anni fa, i padroni alla ditta della logistica Alcar-Levoni di Modena, in combutta con la Questura di quella città, avevano montato una provocazione contro il dirigente nazionale del SiCobas Aldo Milani.
Nel corso di un incontro di trattativa sindacale con lo stesso Milani, i padroni avevano consegnato una busta con del denaro ad una parte terza, riprendendo il tutto con una videocamera nascosta. Il tentativo era quello di far apparire Milani un corrotto e un estorsore.
Il tribunale del lavoro di Modena ha ora assolto il compagno Milani da ogni accusa, assolvendolo “perché il fatto non sussiste”.
La stessa magistratura borghese ha dovuto quindi riconoscere che non vi è stato alcun comportamento illegale e quindi, implicitamente, che si è trattato di una provocazione. Dunque secondo logica dovrebbero essere ora i Levoni e i loro complici ad essere inquisiti. Non sappiamo se questo avverrà mai, ma in ogni caso la macchinazione è stata smascherata.
Le ragioni de tale macchinazione sono evidenti: si è voluto colpire l’azione di un sindacato di lotta che molto ha fatto per i diritti dei lavoratori, in particolare immigrati, nel settore in espansione della logistica. Noi siamo al suo fianco e al fianco del compagno Milani contro il padronato e lo Stato borghese e le loro provocazioni. Lo siamo stati fin dal primo momento, insieme a molti altri, nella sinistra e nel sindacalismo di classe, di base o interno alla CGIL, lo siamo oggi e lo saremo quali che possano essere le critiche, anche importanti, che come partito possiamo avanzare a vari aspetti della politica sindacale del gruppo dirigente del SiCobas.
Una battaglia è vinta. La guerra di classe contro i padroni e il loro Stato continua.

Partito Comunista dei Lavoratori

«TI STUPRO!» – IL FASCISMO E LA SUA POLITICA DI ANNICHILIMENTO DELLE DONNE


14 Maggio 2019



Di recente, a Casal Bruciato, i fascisti di CasaPound hanno assediato una famiglia di etnia rom a cui era stata assegnata una casa popolare, urlando “troia”, “ti stupro” a una terrorizzata madre che teneva in braccio una ancor più terrorizzata bambina.

Questa minaccia, lo stupro, è invece stata messa concretamente in pratica da parte di due camerati di CasaPound di Viterbo, che hanno brutalizzato una donna resa incapace di difendersi all'interno della sede del partito.

Lo stupro come arma di guerra politica e sociale è una costante dell'azione politica dei fascisti, vecchi e nuovi. Non rappresenta una casualità criminale, ma una conseguenza diretta di una cultura della sottomissione e dell'oggettivizzazione femminile e di annichilimento dell'avversario politico.

Fu un atto politico lo stupro di Franca Rame, finalizzato a zittire la voce di una donna, ma prima di tutto di una comunista.
Lo stesso carattere punitivo, di genere e di classe, ebbe lo stupro nel 1975 di Rosaria Lopez e di Donatella Colasanti da parte di quattro fascisti pariolini, la prima torturata e barbaramente uccisa, la seconda sfuggita dal destino della compagna fingendosi morta.
Le due erano ragazze di borgata, appartenenti a un genere, quello femminile, e a una classe, quella proletaria, che i neofascisti ritenevano e ritengono inferiore, e che era (ed è) ammissibile annichilire, brutalizzare, sfruttare, persino uccidere.

I vigliacchi atti fascisti nei confronti delle donne che i camerati compiono oggi sono figli degli stessi atti che compivano i loro nonni del Ventennio. Sono profondamente radicati nella stessa ideologia misogina, bigotta e sessuofobica.
Durante il fascismo la donna veniva considerata solo ed esclusivamente nella misura in cui svolgeva una funzione utile all'uomo e al regime. Era innanzitutto una fattrice, un'incubatrice di giovani virgulti italici. Ieri Mussolini premiava le donne che partorivano molti figli per la patria, e oggi i neofascisti di Forza Nuova propongono il reddito per le madri.

In questa filosofia di sfruttamento individuale e statale del corpo femminile, gioca(va) un ruolo fondamentale anche la chiesa cattolica, che da sempre e con ampia documentazione teologica afferma che la donna è un essere inferiore, non finito, un uomo malriuscito (San Tommaso, San Paolo).

Va da sé che, non potendo aggirare il dato biologico che sono le donne a fare figli, tale capacità riproduttiva vada strettamente normata, togliendo alle donne qualsiasi controllo sul proprio corpo, che è corpo di servizio al regime. Nessuna contraccezione, nessun accesso all’aborto, nessuna possibilità di autodeterminazione di sorta.
La donna fascista è prima di tutto madre. Chi devia da questo ruolo – per scelta o per impossibilità – o chi si ribella, è spesso marginalizzata, quando non addirittura internata in manicomio o resa inoffensiva (come avvenne a Ida Dalser, che ebbe il figlio illegittimo del Duce, Benito Albino, entrambi internati e morti in manicomio).

L'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, istituita nel 1925, rese subito evidente che quest'organo non tutelava la donna in quanto tale, ma tutelava la sua funzione riproduttiva. Infatti nel testo viene definita “madre”, non donna. Al di fuori della donna-mater, la donna serviva a poco nel fascismo.
Anzi. Un altro utilizzo che il camerata poteva fare del corpo della donna era quello ricreativo, a cui aveva sempre e comunque diritto. Le case chiuse del periodo mussoliniano, di cui oggi non a caso la destra invoca la riapertura, costituiscono un esempio lampante: la prostituta è il necessario contraltare alla moglie per il camerata. Nessuna delle due è un individuo riconosciuto ed entrambe hanno funzioni diverse e complementari per il pater familias. Un concetto ribadito persino dall’attuale ministro dell’Interno.

Il lavoro è un altro punto dolente per i vecchi e nuovi fascisti. Essendo il lavoro, e quindi l'autonomia economica, la strada principale e privilegiata per l’autodeterminazione della donna, i fascisti vecchi e nuovi lo avversano e fanno di tutto per renderlo inaccessibile. La difesa della famiglia tanto sbandierata dai neofascisti è subordinata a una condizione ferrea: che la donna non lavori.
La mancanza di indipendenza economica è la ragione strutturale per cui tante donne ancora oggi rimangono in contesti famigliari violenti, spesso fino a perdere la vita.
La prima mossa del vecchio fascismo in questo senso fu precludere alle donne l'istruzione, sia come docenti sia come studentesse. Nel 1926 alle donne venne attivamente impedito di insegnare materie scientifiche negli istituti superiori. Rimasero solo a fare le maestrine dal braccio alzato.
Nel 1938 il fascismo emanò una legge per limitare la percentuale massima di donne impiegate negli uffici pubblici e nelle ditte private a un massimo del 10% della forza lavoro.

Il capitalismo, di cui il fascismo è espressione più platealmente violenta, sta perseguendo lo stesso obiettivo oggi come allora: con precarietà, flessibilità e attacchi ai diritti dei lavoratori e lavoratrici e alla maternità, si stanno spingendo le donne sempre di più dentro casa. Nel meridione due donne su tre non lavorano. I tassi di abbandono del lavoro in seguito alla maternità sono inquietanti. L’attacco ai servizi e al welfare dei governi di ogni colore persegue lo stesso obiettivo: costringere le donne a scegliere la famiglia, ricacciandole nella passività e controllandone la vita riproduttiva.

Ma torniamo ai nostri camerati odierni, che promettono lo stupro e lo mantengono. Non possiamo stupirci. A legalizzare lo stupro fu proprio il Duce, con il nuovo Codice penale del 1930, che sanciva il matrimonio riparatore. Donne, maggiorenni e minorenni, potevano essere tranquillamente stuprate; si risolveva tutto sposandole. Il fascismo condannava quindi le donne non solo a subire violenza, ma a convivere con il proprio stupratore per tutta la vita. Persino l'incesto venne considerato un delitto contro la morale, e non contro la persona.
Il Codice penale del 1930 regalava agli uomini altri ameni diritti, come il delitto d'onore, per cui in uno stato d'ira era giustificabile uccidere una donna che avesse disonorato un uomo con la sua condotta, fosse egli padre, marito o fratello. Chiaramente a sessi inversi tutto questo non funzionava. La legge parlava chiaro. Altrettanto chiaramente il giudizio sull’eventuale “disonore” spettava a una giuria di uomini.
L'impunità che di fatto si garantiva a chi uccideva una donna era un'arma di oppressione straordinaria, un ricatto costante: qualsiasi donna che non avesse rispettato la volontà dell'uomo che la comandava rischiava ogni giorno la vita, e il suo assassino aveva l'impunità garantita. Una vita di sopraffazione giornaliera. Il delitto d'onore sanciva l'inferiorità della donna anche per la giurisprudenza.

Abbiamo dovuto attendere il 1981 per abrogare queste leggi vergogna. Perché anche alla neonata Repubblica borghese facevano comodo.

Quello fascista era un vero e proprio sistema oppressivo, violento e assassino, che si concretizzava in tutti gli aspetti della vita femminile. In questo contesto si inserisce lo stupro come arma di guerra utilizzato nelle colonie, con l'istituzione del madamato, dello stupro sistematico delle partigiane e delle donne combattenti.
Ancora negli anni Settanta, incalzato da Elvira Banotti, un esterrefatto Montanelli difendeva l’abuso verso il suo «animalino docile», ossia la bambina di dodici anni comprata e violentata quando era militare in Abissinia.
Nella campagna di Libia, a donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati. Giovani indigene furono violentate e sodomizzate (ad alcune infisse candele nella vagina e nel retto). Una tattica di guerra che i fascisti vecchi e nuovi applicano agli oppositori politici, alle minoranze, ai bersagli del loro odio.

La barbarie dei fascisti, di ieri di oggi, si radica nella vigliaccheria che questi dimostrano verso chi ritengono inferiori. Le donne hanno l'aggravante, agli occhi dei fascisti, di detenere il potere della maternità, un aspetto che è assolutamente necessario controllare per chi non riesce a rapportarsi da pari con gli altri. L’oppressione di genere si arricchisce di un aspetto aggiuntivo rispetto all’oppressione razzista, coloniale e politica: quello sessuale.

La sostituzione etnica di cui vaneggiano i fascisti, e le conseguenti iniziative per il sostegno alla maternità (ovviamente italica), è appunto il terrore della contaminazione, il razzismo che incontra il sessismo.
Si tratta di un’espressione terribile del proprio senso di inferiorità biologica, psicologica e sociale. Lo stupro, anche quando è privo di connotati politici (se mai lo fosse) è sempre una questione di potere, la pulsione sessuale dello stupratore non c’entra nulla.
Lo stupro, nel caso dei fascisti, è assunto a programma politico, a strumento di controllo, a prassi militante.
Se il fascismo si è fregiato dell’ambizione di costruire un uomo “nuovo”, un superuomo nietzschiano animato da un’inarrestabile volontà di potenza, la donna “nuova” costruita e immaginata dal fascismo è terribilmente vecchia, non moderna, medioevale.
Tale concezione della donna, sostanzialmente sovrapponibile a quella fondamentalista cattolica, non è altro che uno specchio che rovescia e rivela che, in realtà, questa virile volontà di potenza, concretizzata nella violenza sessuale e nella prevaricazione di classe, non è altro che la più plateale dimostrazione di impotenza.

Wilhelm Reich ha giustamente colto tutto il potenziale della repressione sessuale come strumento di controllo sociale in Psicologia di massa del fascismo:

«Se esaminiamo la storia della repressione sessuale e l'origine della rimozione sessuale constatiamo che essa non ha inizio all'origine dello sviluppo culturale, e che quindi non è la premessa per lo sviluppo culturale, ma cominciò a formarsi solo relativamente tardi insieme al patriarcato autoritario e all'inizio della divisione in classi della società. Gli interessi sessuali di tutti cominciano ad entrare al servizio degli interessi di profitto economico di una minoranza; sotto la forma del matrimonio e della famiglia patriarcali questo dato di fatto ha assunto una precisa forma organizzativa. Con la limitazione e la repressione della sessualità i sentimenti umani subiscono una trasformazione, nasce una religione sessuo-negativa e gradualmente costruisce una propria organizzazione sessuo-politica, la chiesa con tutti i suoi precursori, il cui obiettivo è soltanto quello di annientare il piacere sessuale degli uomini e quindi anche quel briciolo di felicità su questa terra. Tutto questo ha un preciso significato sociologico in rapporto con l'ormai fiorente sfruttamento della forza lavorativa umana. […] L'uomo educato e formato autoritariamente non conosce le leggi naturali della autoregolazione, non ha alcuna fiducia in se stesso; ha paura della propria sessualità perché non ha mai imparato a viverla naturalmente. Egli declina quindi ogni responsabilità per le proprie azioni e le proprie decisioni e chiede di essere diretto e guidato […] Il fascismo ideologicamente è la ribellione di una società malata mortalmente sia sul piano sessuale che economico contro le dolorose ma decise tendenze del pensiero rivoluzionario verso la libertà sessuale ed economica, una libertà al solo pensiero della quale l'uomo reazionario viene assalito da una paura mortale.»

Come combattere quindi un esercito di brutali scimmie represse, incapaci di vedere la propria disumanizzazione, impotenti e balbettanti, sempre alla ricerca freudiana di un padre a cui dimostrare la propria virilità? (Non a caso uno degli stupratori di Viterbo inviò proprio al padre il video dello stupro, dimostrazione all’autorità superiore delle sue prodezze fasciste).

Non è possibile una rieducazione. Non è sufficiente una battaglia culturale. Le radici di comportamenti apparentemente sporadici affondano in un sistema sociale completamente marcio, che va abbattuto, cancellato e ricostruito.
Lo stupro è espressione di potere di un genere sull’altro, di una classe sull’altra, dello sfruttatore sullo sfruttato.
Non è pensabile tagliare qualche ramo del sistema capitalistico e aspettarsi che smetta di produrre questi frutti maleodoranti.
Capitalismo, sfruttamento e fascismo vanno sradicati con la rivoluzione socialista. Altra strada non esiste.





* Gustavo Ottolenghi, Gli Italiani e il colonialismo. I campi di detenzione italiani in Africa, Milano, SugarCo, 1997, pp. 60 in poi.

MG

L'ASSEMBLEA NAZIONALE ORGANIZZATIVA DI SGB


Un primo importante passo nella giusta direzione

3 Maggio 2019



Il 13 e 14 aprile si è svolta l'Assemblea nazionale organizzativa di SGB, con due compiti fondamentali e tra loro intrecciati quale scopo dei suoi lavori: lo sviluppo organizzativo di SGB e la definizione del processo che condurrà all'unione con la CUB.

La discussione delle assemblee territoriali fino all'assise nazionale è stata istruita da un documento che si è dapprima soffermato sull'analisi della crisi economica mondiale e sul cambiamento del ruolo del sindacato.
Per quanto riguarda la prima, è condivisibile l'accento posto sullo scontro interimperialista, il ruolo del governo americano, la costruzione dell'Unione Europea come blocco imperialista, e la necessita della rivendicazione dell'uscita dalla NATO. Anche l'abbozzo di analisi riguardo la politica del governo giallo-verde a tutela degli interessi delle piccole e medie imprese svantaggiate dai processi di globalizzazione economica, e che oggi si basa su un blocco sociale costituito principalmente della piccola-media borghesia esportatrice del nord d'Italia, un blocco sociale fondamentalmente reazionario, appare centrato, anche se bisognoso di approfondimenti e maggiori specificazioni come, ad esempio il ruolo del Movimento 5 Stelle.

Il governo giallo-verde viene chiamato in causa anche per la sua azione volta a cambiare il ruolo del sindacato, che supera la concertazione, la cogestione e la complicità per tentare piuttosto la via della disintermediazione.
La disintermediazione significa nei fatti l'annullamento - almeno tendenziale - del ruolo del sindacato, in ossequio all'idea interclassista del M5S e ad un progetto autoritario e neocorporativo proprio della Lega, di cui il decreto sicurezza rappresenta una esempio di traduzione giuridico-formale.

La proposta strategica si oppone a questa deriva e al progetto che la sottende.
Per questo viene ribadita la necessità del sindacato di classe laddove, anche se con un breve passaggio, si afferma che il sindacalismo di base non può più esser considerato un soggetto unico, essendo attraversato dalla contraddizione tra chi ha cercato di continuare a praticare la lotta sindacale pur tra errori e inadeguatezze, e chi ha ceduto alla complicità (accordo 10 gennaio 2014) o ha imboccato scorciatoie partitiche.
Il processo di unificazione con la CUB è funzionale a questo progetto, ma questo processo non è automatico, va ripreso ed elaborato con un confronto intorno all'idea di sindacato da costruire, un sindacato definito come democratico, conflittuale e indipendente.

Il documento quindi si conclude con le indicazioni operative assegnate all'Assemblea nazionale organizzativa.
Tra i punti operativi compare l'intento di una eventuale affiliazione al WTFU (Federazione Sindacale Mondiale).
Proprio su questo proposito, che non appare giustificato nell'economia del ragionamento svolto nel documento, si sono appuntate le nostre critiche e la proposta di un emendamento sostanzialmente cassatorio.
Il WTFU associa sindacati di regime come quello nord-coreano e quello siriano, che partecipano dell'oppressione dei lavoratori di quei paesi e della negazione dei loro più elementari diritti sindacali, e che pertanto sono in diretta contraddizione con il proposito di costruire un sindacato di democratico, di classe e indipendente.
Questo documento non è stato sottoposto al voto dell'assemblea, segnando una pratica che abbiamo criticato perché in contraddizione con i propositi di costruzione di un'organizzazione rispettosa di tutte le regole sostanziali e formali di democrazia interna.
Ciò, peraltro, ci ha impedito di sottoporre al voto il nostro emendamento.

Nelle giornate del 13 e 14 aprile, alla presenza di circa 100 delegati, si è svolta l'Assemblea nazionale organizzativa.
Alla riunione sono intervenuti anche numerosi compagni dirigenti a vario livello della CUB, con eguali diritti e tempi di intervento.
La riunione è stata introdotta dalla relazione (1) che riprende e rafforza i contenuti del documento preparatorio sottolineando la contrarietà (nel caso della flat tax e dell’autonomia regionale di Lombardia, Veneto ed Emilia) e le critiche ai provvedimenti del governo, anche quelli a cui la propaganda assegna un maggiore rilievo sociale, come il decreto dignità, che non abolisce il precariato; la "quota 100", che non abolisce la legge Fornero; e il reddito di cittadinanza, che non costituisce la fine della povertà.
Senza aderire in nessun modo all’opposizione di stampo liberale e filopadronale al governo, che va da CGIL-CISL-UIL a Confindustria, si ribadisce invece il contrasto alle grandi opere inutili, a cominciare dal TAV, e l’appoggio al movimento ambientalista anche sul terreno esemplare della battaglia sull’Ilva di Taranto. Viene positivamente ribadita l’importanza e il significato dello sciopero generale, che va costruito con una campagna di massa e non svalutato a fini di autorappresentanza. Si individua la necessità di costruire campagne vertenziali che parlino alla maggioranza dei lavoratori, come, con tutta evidenza, la rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. In generale, alla base della politica sindacale va posta la rivendicazione del movimento operaio di decidere cosa, quanto e come si produce. Per conseguire questo obbiettivo è necessario costruire il sindacato di classe, confederale, di massa, e che in conseguenza degli scopi di lotta della classe lavoratrice non può essere che anticapitalista.
Infine, dopo aver sottolineato il carattere necessariamente confederale del sindacato a salvaguardia dell’unità della classe lavoratrice e del rifiuto dell’autoreferenzialità, che con una certa approssimazione possiamo tradurre dal punto di vista marxista rivoluzionario in un rifiuto del settarismo, viene ribadita l’intento di confluire nella CUB con il congresso nazionale del gennaio 2020.
Tale percorso dovrà riuscire, attraverso un confronto leale e trasparente, nella non facile conformazione organizzativa tra due sindacati che al momento hanno un’architettura interna diversa.
È significativo, dal nostro punto di vista, la scomparsa dell’accenno alla eventuale confluenza nel WTFU, dovuta soprattutto al tradizionale orientamento contrario della CUB, legata piuttosto al coordinamento dei sindacati di base europei, lontani dall’impostazione stalinista che connota molte delle organizzazioni aderenti al WTFU.

Il dibattito ha visto numerosi interventi i quali, in maggioranza, sono stati sostanzialmente d’accordo con la relazione introduttiva incentratasi soprattutto su alcuni aspetti del rilancio organizzativo di SGB (commissioni di settore, comunicazione, sito web e altro). Gli unici interventi critici sono stati quelli di alcuni compagni di SGB Lazio che hanno lamentato soprattutto la precipitosità del percorso di confluenza, e l’impreparazione di SGB a questo passo.
Dopo le riunioni delle commissioni di settore del pomeriggio del 13 aprile, la riunione si è conclusa la mattina del 14 con la votazione della mozione conclusiva (2).
La mozione finale ha avuto il consenso di quasi l’unanimità dei delegati, con un solo voto contrario.
In conclusione, l’assemblea nazionale organizzativa di SGB ha segnato un modesto ma importante passaggio nella direzione giusta, in controtendenza con i processi di scissione e disgregazione che hanno segnato la vita dei sindacati di base negli ultimi decenni, determinandone un’involuzione settaria ed incapace di parlare alla massa della classe lavoratrice.
Come marxisti rivoluzionari non possiamo che accogliere positivamente il processo avviato da SGB e CUB, pur con tutte le difficoltà che si dipaneranno da qui al gennaio 2020. Dovremo dunque intervenire a sostegno di questo processo sia dal versante di SGB che quello della CUB, vigilando e magari approfondendo il carattere democratico della loro fusione e contrastando ogni deriva settaria a danno dell’unità classe lavoratrice e della possibilità della costituzione di un fronte unico di lotta contro le politiche governative e i progetti padronali.


QUI e QUI gli interventi dei compagni/e del PCL all'Assemblea.



Note:



Federico Bacchiocchi

VERSO LA GUERRA CIVILE IN VENEZUELA?


30 Aprile 2019

Né con la destra reazionaria proimperialista, né con il regime bonapartista della boliborghesia!
Armare i lavoratori, il potere ai consigli operai e popolari!


Il Venezuela sta andando probabilmente verso la guerra civile. La spaccatura dell'esercito, dopo quella della popolazione civile, spinge rapidamente verso di essa. La destra reazionaria proimperialista ha ritenuto, a torto o a ragione, di poter tentare di impadronirsi del potere. Ovviamente i rivoluzionari non si schierano con queste forze. Ma non possono nemmeno schierarsi a difesa dell’attuale regime bonapartista che ha portato al disastro l’economia e difende sostanzialmente gli interessi di quella che si definisce boliborghesia, in cui sono compresi funzionari dell’esercito e dello Stato che si sono arricchiti col regime. Nonostante il carattere bonapartista e solo falsamente socialista del chavismo, i rivoluzionari si erano sempre schierati in passato contro le forze reazionarie proimperialiste. Lo faranno certamente difendendo il Venezuela in caso di intervento diretto delle forze imperialiste.

Oggi, però, la situazione è diversa. Con le elezioni bidone della cosiddetta Assemblea costituente bolivariana (in cui, non a caso, il 100% dei deputati sono maduristi), il regime si è consolidato in senso antidemocratico. Nel contempo, si è rafforzata l’azione repressiva contro le forze sindacali classiste e il blocco del rinnovo delle cariche sindacali per difendere i burocrati agenti del madurismo.
La politica oscillante del regime, che continua a pagare il debito estero in una situazione catastrofica, ha aggravato (insieme alle manovre dell’imperialismo) il collasso economico del paese. Solo la cessazione del pagamento del debito, l’istituzione del controllo dei lavoratori sulle aziende sia private che statali, il controllo della produzione agricola, del commercio e dei prezzi da parte di comitati popolari formati da operai, impiegati, braccianti e contadini poveri può modificare il quadro attuale.

Tutto ciò, e l’uscita del Venezuela dalla sua tremenda crisi, sarà possibile solo se il proletariato saprà porsi come forza alternativa ai due contendenti borghesi in scontro, costruire la sua propria autorganizzazione in consigli, comitati, milizie, e imporre un suo potere. Naturalmente la costruzione di un vero partito della rivoluzione socialista che sappia guidare questo processo ne è la condizione necessaria.

Il progetto della rivoluzione socialista è ambizioso e difficile. Ma senza di esso il futuro del paese è il caos, il sangue e la miseria. I proletari venezuelani non devono combattere e morire né per i borghesi proimperialisti né per la boliborghesia, ma solo per il futuro loro e dei loro figli.

Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e organizzazione!
Per un Venezuela veramente socialista!
Per gli Stati uniti socialisti dell'America centro-meridionale!

Partito Comunista dei Lavoratori

NOTRE-DAME E GLI OPERAI


17 Aprile 2019


La contrapposizione tra il rogo di Notre-Dame e gli operai “rosolati” quotidianamente in quelle cattedrali padronali chiamate fabbriche è l’equivalente artistica della contrapposizione "patriottica" tra italiani e migranti stranieri. Viene dalla stessa insensibile masnada di infimi bottegai dal cuore arido e putrido perché staccato dal vivo della lotta di classe. E così come gli immigrati non sottraggono nulla agli italiani, così i soldi per la ricostruzione di Notre-Dame, al netto di lucro e tangenti che ci saranno come in tutte le altre operazioni capitalistiche, di per sé non sottraggono nulla agli operai.

Chi non fa nulla per gli immigrati stranieri - va ribadito - non farà mai nulla nemmeno per gli italiani, così come chi lotta per gli uni, lotta anche per gli altri; lotta cioè per tutti (i proletari). Ne segue che lotta soprattutto per Notre-Dame, perché chi non lotta per la ricostruzione di Notre-Dame non lotta per nessuno, tanto meno per operai e sfruttati, per la semplice ragione che sta dalla parte del padrone, a fargli, in un modo o nell’altro, da servo.

Questa contrapposizione è falsa e razzista tanto quanto l’altra, proprio come tutte quelle che, per vigliaccheria, vogliono sostituire l’unica contrapposizione reale: quella che vede padroni da una parte e lavoratori dall'altra.

A maggior ragione, quindi, quando viene da sinistra non ha nulla a che vedere con lo spirito proletario più genuino. È solo spirito piccolo-borghese allo stato puro. È perciò naturale che la sinistra attuale, già imbevuta di sovranismo, di riformismo, di keynesismo, di costituzionalismo, di stalinismo e di altri infiniti codismi piccolo-borghesi, strizzi anche l’occhio a questa contrapposizione. Cosa non si fa pur di abbracciare qualunque cosa che non sia marxismo, lotta di classe!

Il comunismo non appartiene a questa sinistra becera, perché sarà un regno di artisti nell’abbondanza. Conservare il più integralmente possibile le opere d’arte e liberarle dalla gramigna degli scempi che il capitalismo ha costruito attorno a loro sarà uno dei compiti più importanti dopo la rivoluzione. Perché col comunismo il tipo umano medio si eleverà al livello di un Goethe. Goethe, infatti, non è per nulla un’eccezione; è il capitalismo che non consente Goethe come regola. Ma per questa “nuova mediocrità” non sarà sufficiente solo lo sviluppo dieci, venti volte superiore delle forze produttive. Ci vorrà l’apporto di tutto quanto il meglio venuto dal passato, cioè di ciò che di veramente umano l'uomo abbia mai prodotto fino ad oggi: l’arte, appunto.

Null’altro in fondo il comunismo dovrà veramente conservare. Perché nient’altro in fondo ha valore. Ferrari, iPhone e vestiti di Armani appartengono pur sempre e ancora oggi al regno della scimmia, così come i primi disegni rupestri di migliaia di anni fa già allora erano il miglior prodotto dell'uomo del futuro.

E non dimentichiamoci mai che l’uomo delle caverne era una donna, ed era comunista. Quando usciremo dalla caverna capitalistica, l’uomo nuovo sarà figlio suo e di Notre-Dame, ma non sarà più gobbo.

Lorenzo Mortara

RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE A CONFRONTO IN SUDAN


11 Aprile 2019


“Rivoluzione! Vogliamo essere libere. Vogliamo cambiare il mondo”.
Con queste parole Alaa Salah, una studentessa sudanese di 22 anni, arringava ieri la massa a nuda voce dal tetto di una vecchia automobile a Khartum. Come in Algeria, il ruolo delle donne è centrale nella sollevazione popolare che da dicembre ha attraversato il Sudan e ha finito col travolgere il presidente al-Bashir.

Un'ampia area politica della sinistra campista internazionale, prevalentemente di estrazione stalinista, è giunta ad appoggiare il regime sudanese e persino ad esaltarlo come antimperialista. La sentenza di condanna di al-Bashir della Corte Penale Internazionale, unita all'appoggio di Russia e Cina, erano più che sufficienti a determinare la loro scelta di campo. Noi partiamo da un criterio di classe e dalla prospettiva della rivoluzione, in Sudan come ovunque. Non riconosciamo alcun diritto a una Corte Penale Internazionale che ha coperto i peggiori crimini dell'imperialismo e del sionismo, ma riconosciamo ogni diritto degli sfruttati a ribellarsi a regimi oppressivi. Per questo in Sudan come in Algeria siamo dalla parte della sollevazione popolare.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO UN REGIME REAZIONARIO

Lo sfondo della ribellione di massa è la precipitazione della crisi sudanese nell'ultimo decennio. Come il regime di Bouteflika in Algeria, anche il regime sudanese aveva prosperato per lunghi anni grazie alla rendita petrolifera. Il crollo del prezzo, a ridosso della crisi capitalistica internazionale, ha destabilizzato le basi d'appoggio del regime. A ciò si aggiungeva la separazione del Sud Sudan da Khartum nel 2011, che privava il regime di al-Bashir dei maggiori giacimenti petroliferi, che reggevano il 75% delle esportazioni nazionali. L'indebitamento sempre maggiore presso il capitale finanziario è stata una conseguenza naturale. Da qui la crescente pressione usuraia dell'imperialismo sul Sudan. La sollevazione è nata da questa dinamica generale.

A novembre 2018 una delegazione del FMI si recava a Khartum per esigere la fine delle sovvenzioni pubbliche dei prodotti di prima necessità, a partire dalla farina, quale condizione preliminare per la concessione di nuovi crediti. Il regime, già indebitato per 50 miliardi di dollari, applicava le ricette vessatorie dell'imperialismo. Il prezzo del pane triplicò in pochi giorni, in un paese segnato da una inflazione annua del 70%. Da qui le prime manifestazioni in un crescendo di mobilitazione pressoché ininterrotta.

Accanto alla ragione sociale ha operato un fattore politico. Il regime instauratosi nel 1989 sotto la direzione del fronte islamista a guida al-Bashir incarnava una dittatura odiosa e dispotica, già protagonista nel giugno 2012 e nel settembre 2013 di repressioni sanguinose delle manifestazioni popolari. Il consenso del 95% (!) registrato alle ultime elezioni presidenziali del 2015 era espressione di metodi plebiscitari e di brogli clamorosi. In base alla Costituzione formale al-Bashir avrebbe dovuto essere al suo ultimo mandato, ma ad agosto il regime annunciò che il Presidente si sarebbe ricandidato nelle elezioni del 2020, una provocazione agli occhi di ampi settori sociali.

La ribellione deve dunque la sua dimensione e durata alla combinazione di questi fattori.


COMPOSIZIONE E DINAMICA DELLA RIVOLTA

La mobilitazione non è iniziata nella capitale Khartum, ma nella provincia. In una città, Atbara, situata sulle rive del Nilo, cuore della vecchia tradizione del movimento socialista e comunista sudanese. Era la città delle grandi miniere del ferro, sede dell'antico sindacato operaio. La memoria di una tradizione classista ha avuto il suo peso indiretto nell'innesco della rivolta.

Tuttavia la rivolta di massa non ha avuto sinora un carattere prevalentemente classista, ma popolare. Sono confluiti in essa le masse diseredate della capitale e delle altre città (Porto Sudan, Dongola, Cassala, Gedaref, El Obeid, Nyala); la piccola borghesia urbana, a partire dalle libere professioni; la grande maggioranza degli studenti, in particolare universitari. In ognuno di questi settori sociali non è un caso che le donne abbiano svolto un ruolo portante. Il regime islamista era particolarmente reazionario proprio verso le donne, cui veniva proibito persino di indossare pantaloni o di viaggiare in auto senza presenza del marito. Un sistema vessatorio e grottesco, che contrastava oltretutto sempre più con la crescita del livello di istruzione della popolazione femminile, assai estesa nelle università. Le studentesse come Alaa Salah sono state sospinte alla testa della rivolta dalla radicalità della propria oppressione. La tunica bianca indossata da Alaa è l'abito tradizionale delle donne che lavorano, che già settanta anni fa marciavano così vestite contro le dittature militari.

La dinamica della mobilitazione ha conosciuto una radicalizzazione progressiva non solo in ampiezza ma anche nelle parole d'ordine. A dicembre le parole d'ordine delle manifestazioni era la richiesta della cancellazione degli aumenti. Nei primi mesi del nuovo anno la parola d'ordine centrale che assorbiva tutte le altre era direttamente politica: “Via al-Bashir!”.

Questo salto della politicizzazione del movimento è stato l'effetto naturale della repressione. Una repressione spietata. Il regime ha usato sistematicamente contro le manifestazioni popolari non solo la polizia regolare ma le milizie speciali controllate direttamente dal Presidente. Milizie composte dagli apparati di sicurezza (NISS), le stesse che nel 2013 avevano fatto oltre 200 morti. La storia di questi mesi ha visto decine di manifestanti assassinati, oltre 60, decine di migliaia di arresti, sparizioni, abusi, torture. Un calvario con cui il regime contava come in passato di liquidare la mobilitazione e ripristinare l'ordine. Si è sbagliato. Ciò che normalmente funziona, non funziona necessariamente davanti a una rivoluzione.


IL RUOLO CRUCIALE DELL'ESERCITO, TRA AL-BASHIR E LA RIVOLTA DI MASSA

È accaduto infatti per alcuni aspetti l'opposto. La pressione di massa è stata talmente dirompente da aprire una contraddizione verticale tra il clan presidenziale e l'esercito, con un processo parzialmente simile a quanto è accaduto in Algeria. Le gerarchie militari, al loro interno divise sulla propria relazione col regime, hanno compreso per tempo che la continuità e l'ampiezza della mobilitazione rendeva impraticabile, oltre una certa soglia, la via della repressione frontale, la quale avrebbe comportato un massacro infinitamente più grande che in passato, e che soprattutto avrebbe messo a rischio la stessa unità dell'esercito, sempre più contagiato nei suoi piani bassi dalla pressione popolare. Non a caso le manifestazioni di massa degli ultimi giorni di fronte al quartier generale dell'esercito sudanese a Khartum erano state protette dai soldati contro le provocazioni delle milizie presidenziali, al punto che un soldato è stato ucciso dalla polizia mentre difendeva i manifestanti. A questo punto le alte gerarchie militari hanno destituito al-Bashir con un proprio colpo di Stato al fine di salvare l'unità dell'esercito e dunque il proprio comando.

Per questa stessa ragione, la caduta di Bashir è al tempo stesso l'effetto della rivoluzione sudanese e l'inizio della controrivoluzione. La massa popolare saluta festante, e giustamente, la caduta di al-Bashir come propria vittoria, ma la destituzione militare del Presidente incombe come una minaccia contro le aspirazioni di quella stessa massa. Il primo comunicato della nuova giunta militare proclama il coprifuoco, cancella Parlamento e Costituzione, annuncia due anni di governo militare. È questo che chiedevano le masse in rivolta? La conclusione tragica della rivoluzione egiziana, finita tra le braccia dei militari di al-Sisi, non promette nulla di buono.

Ancora una volta, la questione della direzione politica del movimento si presenta come nodo cruciale della rivoluzione.


LA PICCOLA BORGHESIA ALLA DIREZIONE DEL MOVIMENTO

La direzione del movimento di massa di questi mesi si è concentrata nelle mani della Associazione professionale sudanese (SPA), nata come sindacato alternativo del pubblico impiego (a fronte dei sindacati infeudati al regime) ma rapidamente trasformatasi in un raggruppamento civico guidato da professori universitari, medici, ingegneri, il cuore delle libere professioni della capitale. Un ambiente piccolo-borghese democratico-liberale da tempo ostile al regime. La SPA a sua volta si è collegata a tre grandi coalizioni politiche di opposizione, composte dal personale politico più eterogeneo, da ex ministri di al-Bashir caduti in disgrazia sino al Partito Comunista Sudanese, di estrazione stalinista, passando per borghesi liberal e islamici progressisti. La piccola borghesia democratica si trova insomma a capeggiare un grande fronte popolare che prende il nome di “Dichiarazione per la libertà e il cambiamento”: un fronte che nel suo stesso nome non va al di là del confine democratico-costituzionale. Il suo scopo è subordinare la ribellione di massa a un semplice cambio democratico. Ma c'è lo spazio politico e sociale di un semplice cambio democratico in Sudan? La domanda non è peregrina. Lo dimostra lo sviluppo degli avvenimenti in corso.

L'Associazione professionale sudanese nel nome della democrazia ha chiesto insistentemente alle gerarchie militari di destituire al-Bashir, lodando ed esaltando la loro responsabilità democratica e rivendicando un governo di transizione democratica composto da civili e militari. In altri termini la piccola borghesia democratica concepisce la rivoluzione in funzione delle proprie aspirazioni governative. Ma le gerarchie militari sudanesi, sino a ieri bastione del regime, possono essere salutate come garanti e guida della democrazia? È del tutto evidente che non può esserci democrazia e giustizia senza la rimozione (e punizione) dei responsabili di decenni di crimini contro i lavoratori, i giovani, le donne, e sicuramente il corpo degli alti ufficiali sudanesi è tra questi. Affidare il futuro della rivoluzione alle loro mani non è un tradimento delle stesse rivendicazioni democratiche?

Non solo. La rivoluzione sudanese ha posto sul tappeto questioni sociali gigantesche, ben al di là della soglia democratica. Il debito pubblico del Sudan verso le potenze imperialiste, vecchie e nuove, è ingente. Da un lato il FMI, dall'altro Russia e Cina, fedeli alleati di al-Bashir, pongono il Sudan sotto la tutela dei propri interessi di grandi creditori. La rivolta del pane è stata di fatto una rivolta contro le loro misure. Solo una rottura con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione unilaterale del debito pubblico, può porre le basi per cancellare quelle vessazioni e riorganizzare il paese su basi nuove. Ciò che implica una soluzione anticapitalista. Ma le gerarchie militari sudanesi non romperanno mai con il Fondo Monetario Internazionale e il suo saccheggio, né lo farà la borghesia nazionale sudanese legata a doppio filo all'imperialismo. Solo il movimento dei lavoratori può perseguire questa soluzione. Solo un governo dei lavoratori, dei contadini poveri, delle masse diseredate del Sudan, può concretizzarla.


PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DEL MOVIMENTO DI MASSA

Manca oggi in Sudan un partito che si batta per questa prospettiva, e dunque per una egemonia alternativa tra le masse.

Il Partito Comunista Sudanese, fedele alla tradizione stalinista, ha una lunga storia. Fu il partito comunista più grande del Grande Medio Oriente arabo-musulmano, assieme al Partito Comunista Iracheno. Come quest'ultimo, pagò sulla propria pelle, in termini di repressione sanguinosa, la politica di subordinazione alla borghesia nazionalista promossa da Mosca. Il suo codice politico non si è modificato nel tempo. Il PC sudanese si è collocato all'opposizione di al-Bashir, ma con un profilo moderato, in cambio del riconoscimento legale. Nei mesi della sollevazione popolare ha avuto una presenza indubbia all'interno del movimento, incorrendo anche nella repressione del regime, ma la sua prospettiva strategica è (testualmente) “una alternativa popolare democratica che apra la strada per il completamento dei compiti della rivoluzione democratica”. Una formulazione che non solo non travalica la democrazia borghese, ma che è ipergradualista sullo stesso terreno democratico, al punto da accreditare indirettamente persino il regime di al-Bashir di una funzione “democratica” da “completare”. La sostanza è che il PC sudanese subordina l'avanguardia della classe lavoratrice e della gioventù all'alleanza con la borghesia nazionale sudanese, che a sua volta si subordina ai militari. Il risultato è che un'enorme sollevazione di massa è esposta ai rischi di una crisi di direzione. Come in Algeria, così in Sudan.

L'intero corso delle rivoluzioni arabe del 2010-2011 pone in evidenza questa legge fisica. Le masse sono capaci di esplosioni grandiose in grado di rovesciare regimi apparentemente eterni. Ma senza un partito rivoluzionario che riesca a prenderne la guida, le rivoluzioni più grandi sono destinate alla sconfitta. La rifondazione della Quarta Internazionale è in ultima analisi la migliore risposta al grido di libertà di Alaa Salah.

Partito Comunista dei Lavoratori

CONFINDUSTRIA E LANDINI A BRACCETTO A SOSTEGNO DELL'UNIONE EUROPEA


9 Aprile 2019


La nuova segreteria Landini in CGIL era stata presentata come garanzia di svolta della confederazione. Nonostante il nuovo segretario portasse in dote il peggior contratto della storia dei metalmeccanici pur di accreditarsi agli occhi dell'apparato, questa illusione è stata ampiamente condivisa in ambienti diversa della sinistra, con la immancabile benedizione de Il Manifesto.
Ora parlano i fatti.

L'appello unitario di Confindustria e CGIL, CISL, UIL a sostegno dell'Unione Europea non è un innocuo pezzo di carta, ma un fatto politico di prima grandezza. L'organizzazione dei padroni e le burocrazie sindacali si tengono a braccetto alla vigilia delle elezioni europee. Firmano insieme un appello che esalta la funzione sociale di progresso dell'Unione (salari e pensioni ringraziano), loda la UE come garanzia di pace (e i bombardamenti su Belgrado? E il sostegno al governo di guerra in Ucraina?), e soprattutto rivendica lo sviluppo competitivo delle aziende europee, la massima concentrazione delle imprese europee per consentire loro «di raggiungere dimensioni comparabili a quelle americane», il ruolo di possibile potenza economica della UE per «rispondere alla concorrenza degli altri grandi player mondiali». Per questo invoca una politica estera europea proporzionale al Pil continentale. In altri termini invoca la UE come polo imperialista continentale capace di contendere a USA e Cina fette crescenti del mercato mondiale.

Inutile dire che l'appello ignora inevitabilmente ogni rivendicazione elementare dei lavoratori europei in contrapposizione ai propri padroni. Nulla sull'abbassamento dell'età pensionabile, nulla sulla riduzione dell'orario di lavoro, nulla sugli aumenti salariali, nulla di nulla che possa disturbare Confindustria. L'appello è di fatto un appello di Confindustria firmato da Landini, Furlan e Barbagallo. I lavoratori e le lavoratrici vengono offerti ai padroni non solo sul piano nazionale ma anche sul terreno europeo.

Non si dica che l'appello serve a contrastare le destre nazionaliste nel nome dell'europeismo. Perché è vero l'opposto. Proprio le destre sono le prime beneficiarie dell'appello. Per avvalorare la demagogia reazionaria contro “i sindacati incapaci di proteggere il popolo” cosa c'era di meglio che firmare un appello comune con i padroni che tagliano i salari, allungano l'orario, delocalizzano gli investimenti, chiedono rigore contro pensioni e sanità, lodano la santità della UE? Salvini e Di Maio non potevano sperare in un regalo più generoso.

Europeismo? Certo. Ma a favore di quale classe e contro quale classe? L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione delle classi capitalistiche di tutta Europa contro i salariati di tutta Europa. È l'unione che taglia servizi sociali per pagare il debito al capitale finanziario, che riduce le tasse ai capitalisti per attirare gli investimenti esteri, che aumenta lo sfruttamento dei propri operai per meglio competere, che saccheggia ambiente e territorio per ingrassare i profitti. Questa Unione per sua natura è nemica dei lavoratori e non è riformabile. Il nostro europeismo contro ogni sovranismo nazionalista muove da una angolazione di classe esattamente opposta. Rivendica l'unità di lotta dei lavoratori salariati di tutta Europa contro l'Unione Europea dei capitalisti, e l'unità di lotta dei lavoratori europei coi lavoratori americani e cinesi contro il capitalismo mondiale. Ci battiamo per una Europa socialista: gli unici Stati Uniti d'Europa che abbiano una valenza storica progressiva.

“Proletari di tutti i paesi unitevi” è più attuale che mai. Ma solo se è in contrapposizione ai padroni. Se invece è al loro servizio, nulla di nuovo all'orizzonte. È il film continentale degli ultimi quarant'anni. Maurizio Landini ha semplicemente scelto (e non da oggi) di figurare nella compagnia dei suoi attori. Evidentemente la segreteria CGIL val pure una messa... confindustriale.

Partito Comunista dei Lavoratori

ITALIA E FRANCIA SI SCONTRANO IN LIBIA


6 Aprile 2019


Gli avvenimenti in Libia sono a un passaggio cruciale. Lo scontro in atto non è semplicemente tra Haftar e al-Sarraj. È uno scontro indiretto tra imperialismi, la Francia da un lato e l'Italia dall'altro.

Il generale Haftar ha da sempre un rapporto privilegiato con Parigi. L'imperialismo francese ha sfoggiato sulla vicenda libica il massimo dell'ipocrisia. Formalmente ha sostenuto e sostiene il governo di al-Sarraj assieme alla cosiddetta comunità internazionale. Nei fatti ha lavorato al fianco del governo di Tobruk guidato da Haftar, con ogni genere di aiuti sottobanco, aiuti militari inclusi. In primo luogo, la Total francese ha il grosso dei propri interessi in Cirenaica. La vittoria della Cirenaica sulla Tripolitania sarebbe la vittoria della Total su l'ENI. In secondo luogo, la Francia di Macron ambisce a rilanciare la tradizionale grandeur dell'imperialismo francese in Africa. Vuole difendere le proprie posizioni para coloniali nel Sahel, entrare nella partita della spartizione siriana, consolidare un asse con l'Egitto di al-Sisi, evitare di perdere il proprio primato in Algeria, attraversata dalla sollevazione popolare. Il sostegno ad Haftar è parte di un disegno più vasto.

E l'Italia? L'imperialismo di casa nostra sostiene al-Serraj perché l'ENI ha in Tripolitania il cuore dei propri interessi. Il governo Conte ha provato a intestarsi la regia della transizione libica vantando l'investitura dell'imperialismo USA e di Trump in persona, ma ha sbagliato i suoi conti. La Libia non rientra nel perimetro strategico prioritario degli USA, che non sembrano avere intenzione di spalleggiare più di tanto il governo di Tripoli. E i rapporti di forza politico-militari sul terreno volgono da tempo a vantaggio di Haftar. L'unica gara che l'Italia sta vincendo nel braccio di ferro con la Francia è quella dell'ipocrisia. Lo stesso governo Salvini che demonizza l'invasione islamica a difesa della cristianità e del Presepe sostiene in Libia il governo della Fratellanza Musulmana. Perché questo è il governo al-Serraj. Si vede che i profitti dell'ENI non hanno confessione religiosa, e vengono prima di ogni altra considerazione.

Vedremo gli sviluppi. Haftar ha di fatto messo le mani sul grosso dei giacimenti petroliferi della Libia, col plauso della Total. Ma la compagnia petrolifera nazionale (National Oil Corporation) che vende i barili e incassa i proventi ha il suo quartiere generale a Tripoli. Conquistare Tripoli significa conquistare il controllo della rendita petrolifera libica e dunque il comando politico del Paese. Questa è la ragione dell'avanzata di Haftar. Il governo Salvini-Di Maio sembra dunque avere la peggio nella guerra per procura con Macron. Di certo i lavoratori italiani e francesi non hanno nulla da spartire con gli interessi dei propri Stati briganti, con gli interessi dell'ENI o della Total, né hanno qualcosa da spartire le decine di migliaia di immigrati segregati nei lager della Libia da aguzzini finanziati da Italia e UE.

Partito Comunista dei Lavoratori